Testo dell'articolo pubblicato su "IL MESSAGGERO" del 1.12.1994
(Ed. Abruzzo-Cultura)
di PINO GRECO
Titolo: Le ruspe cancellano la memoria di Bussi Officine.
Si sapeva di un destino segnato. E' sempre cosi'. La gente va via quando non c'e' un motivo per restare e le case
senza la gente muoiono. Bussi Officine e' sparito in quattro e quattr'otto. Come era sorto. Niente tetti sprofondati e
finestre sbilenche a sbatacchiare sui muri scrostati. Niente frugrare lamentoso del vento fra ruderi e siepi polverose.
In giro nessuna traccia di antiche convivenze, di socialita' scomparse. Al loro posto, dopo le ruspe, i riguadri
allineati di un parcheggio. Come dire : ottimizzazione dello spazio a servizio di una struttura produttiva.
Quelli che sfrecciano sulla strada che da Pescara porta a L'Aquila noteranno appena l'assenza delle file ordinate
di tetti anneriti e di un campanile esile che un tempo chiamava a raccolta un paese. Un paese di qualche
centinaio di abitanti, ma un paese. A stabilirlo non era il numero delle case, la presenza di enti e istituzioni o la
registrazione degli eventi registrati dall'immaginario collettivo. La sensazione di paese nasceva dall'orgoglio di
appartenenza.
La caratura degli uomini e le loro storie personali erano un caleidoscopio variegato, ma il denominatore comune
era il sentirsi "quelli di Bussi Officine". Anzi di Bussi Off. Scritto proprio cosi': Bussi Off.
Nel corsivo rigonfio di un quaderno di terza elementare. Negli spazi stretti di un modulo postale. Marcato a fuoco
su una cassa da imballaggio. Piu' che un nome Bussi Off. era una sorta di logo, un segno distintivo.
Intorno potevi imbatterti Pratola Peligna, San Benedetto in Perillis, Prata d'Ansidonia, Castel del Monte, Torre De'
Passeri. Storie, retaggi, evocazioni di scenari feudali frammenti di lirismo crepuscolare. Bussi Off, invece, era il
XX Secolo, la Rivoluzione Industrale, la definizione secca di una modernita' sovvertitrice di riferimenti e di valori.
Piu' tardi, per la generazione del dopoguerra che arrivava alle scuole, ai Licei della citta', quella provenienza fu
una specie di passepartout. Tuo padre faceva l'operaio all'officina meccanica, a casa si facevano quadrare i conti
sulla "libretta" della spesa, ma tu potevi corteggiare la figlia di un primario e andare ai compleanni con le tartine,
la cera sul parquet e i campanelli che facevano dlin-dlon.
Un'impostura innocente che abbatteva steccati e faceva annusare quel profumo di agiatezza che rendeva
seducenti certi culi piatti e certe sensualita' costumate delle liceali. Bussi Officine assicurava a tutti una
connotazione standard: quella dei direttori, degli ingegneri, degli impiegati. Ma si, diciamolo: dei signori.
Un falso di cui si abusava volentieri. Una patacca che aiutava ad acchiappare e mascherava sotterranee
frustrazioni.
A Bussi Officine gli impiegati avevano il Circolo. Gli operai gli sgabelli del Dopolavoro. Il tennis si guardava da
fuori.
Chi faceva il raccattapalle ai dottori guadagnava un gelato e le cosce lucide delle signore in tribuna.
Il Cinema era interclassista, ma gli impiegati alla domenica caciarona preferivano il sabato sera. Anche a scuola
si stava tutti assieme. Ma all'uscita, chi andava a piedi e chi in pulmino. Colore panna, poltroncine bordeaux e
grigio-azzurra la divisa di Biancone, autista tuttofare. Era lo status-symbol piu' astiosamente invidiato, ma nessuno
era disposto ad ammetterlo. Figli di operai e figli di impiegati eravamo tutti figli dei signori di Bussi Officine.
D'altra parte nelle case c'era l'acqua, la corrente e perfino qualche vasca da bagno.
Tutto gratis.
Le tamerici e le robinie segnavano le strade, nelle aiuole fiorivano le dalie e le bocche di leone. Le panchine
attorno al refettorio erano il posto dei pensionati e dei racconti. I racconti fiorivano d'estate. Chiusa la scuola per i
ragazzi lo spasso era: far saltare i barattoli col carburo, spaccare a sassate le vetrate della vecchia Yprite,
raccogliere schegge di bombe fra i crateri e gli alberi di Giuda di Monte Castelluccio. Certi pomeriggi afosi ci si
fermava a sentire i racconti dei pensionati. I pensionati erano degli sradicati. A Bussi Officine, impossibile trovare
orti da coltivare e bar dove far andare le cacchiere a ruota libera. Il Dopoavoro apriva di sera e la barberia dopo la
sirena delle cinque. Chi arrivava alla pensione scappava via subito, a meno che non avesse un figlio o un genero
in fabbrica. I morti partivano col carro funebre. A Bussi Officine non c'era un cimitero. Le famiglie non avevano
parentele. Per i vecchi pensionati i bambini erano tutti nipoti. E i racconti diventavano favole. La favola dei
prigionieri austriaci nella Prima Guerra e dei cavalli polacchi nella Seconda. La favola della centrale elettrica
ritrovata al Brennero. La favola dell'idrogeno del dirigibile che era arrivato al Polo Nord. La favola del cloro,
quello vergine che sentivi subito agli occhi. E poi rifugi, contraeree, stormi di B-29 e sacchi di sale
contrabbandato col grano della Romagna. Ogni tanto saltavano fuori gli incidenti. Disastri di tutti i tipi: col botto,
col fuoco, coi gas che lessavano i polmoni e i gerani alle finestra. Ma c'erano favole ancoa piu' favole. Provate a
pensare l'Abruzzo di tanti anni fa. Le pecore salivano e scendevano da Campo Imperatore. C'era ancora gente
che campava a dare la caccia ai lupi. Da Napoli partivano puntuali i bastimenti e coi bastimenti partivano Biagio,
Tonino, Pasquale, Concettina. Valigie con lo spago e fiaschetta di Centerbe avvoltolata dentro. Bene, in mezzo a
questo via-vai di ancestrali sopravvivenze i racconti delle panchine resuscitavano protagonisti di un passato
prossimo che pareva futuro ed era gia' archeologia. (continua)

anni 60 - Ragazzi di Bussi Officine
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anni 60 - Signore di Bussi Officine
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