Bussi sul Tirino, cent’anni di discarica
Lo avevano chiamato l’Eldorado d’Abruzzo. Uno dei paesi più ricchi. Un paese
dall’alto reddito pro-capite. Ma, un reddito da pensione di invalidità. Perché a
Bussi, gli operai della fabbrica hanno sempre respirato gas venefici. Sono
sempre stati a contatto con prodotti mefitici, cancerogeni.
Bussi è tornato, oggi, alla ribalta della cronaca nazionale come “la discarica
più grande d’Europa”. E l’Abruzzo, bollato come “Parco nazionale discariche”
(L’Espresso, 26 aprile 2007). Felice Casson, il magistrato che si è occupato del
processo per 157 casi di morte per tumore al petrolchimico di Porto Marghera, ha
detto che c’è una situazione identica tra Bussi e Marghera, due poli industriali
della medesima società, la Montedison, ed ha sottolineato come anche “il
comportamento volutamente criminale è identico”.
A Bussi, il primo fischio di sirena della fabbrica, nata intorno alla centrale
idroelettrica, creata dalla deviazione della cascata del fiume Tirino, si udì il
2 agosto 1902, in occasione dell’entrata in funzione, in Italia, del primo
impianto di elettrolisi del cloruro di sodio. Da allora, tutti gli esperimenti
più importanti nel settore chimico sono stati realizzati nello stabilimento di
Bussi. E, in particolare, gli esperimenti di bombe chimiche e la produzione di
iprite, durante la guerra d’Africa.
Ci sono voluti settant’anni perché il Governo Italiano riconoscesse l’uso
dell’iprite in Africa. Ma se gli storici lo avessero chiesto ai bussesi, lo
avrebbero subito saputo. Perché, a Bussi, c’è ancora il fabbricato dove si
produceva l’iprite. Un liquido, il solfuro di etile biclorurato, che procurava
istantaneamente una morte atroce. Era stato usato, la prima volta, dai tedeschi
nella battaglia di Ypres, in Belgio. Di qui il termine “iprite”. A Bussi, gli
operai che hanno lavorato all’iprite, non sono arrivati alla pensione.
Nei primi decenni del Novecento, si cominciava a lavorare dall’età di dodici
anni. Le celebri pagine del “Capitale” di Marx, sulla giornata lavorativa, che
descrivono le condizioni di schiavismo, in cui operavano i ragazzi dodicenni
agli inizi del XIX secolo, sono una fotocopia delle condizioni di lavoro, a
Bussi, un secolo dopo. In Inghilterra, nelle sentenze dei tribunali venivano
condannati quei proprietari di fabbrica che avevano contravvenuto alle leggi,
avendo ridotto all’esaurimento ragazzi fra i dodici e i quindici anni, facendoli
lavorare dalle sei di mattina del venerdì alle quattro pomeridiane del sabato,
senza permettere nessun ristoro e solo un’ora di sonno verso mezzanotte. A
Bussi, e in Italia, non esistevano nemmeno le leggi per la salvaguardia del
lavoro minorile.
Nel ventennio fascista, c’era una sola alternativa: o il fronte o la fabbrica.
E, a Bussi, si sceglieva la fabbrica. Perché faceva parte integrante del paese.
Come una persona di famiglia. I nomi dei direttori, da Donegani a Pontremoli, da
Bertozzi a Greppi fino ai più recenti Passaro e Santini sono sempre apparsi come
i veri “patres familias”. Non erano presenti fisicamente. Lo erano moralmente.
Nei discorsi e nei litigi tra marito e moglie c’entrava sempre la fabbrica
D’altronde la Montecatini aveva instaurato un rapporto fortemente paternalistico
con impiegati e operai. La fabbrica-famiglia: gli operai vi andavano anche con
la febbre. D’estate e d’inverno: col caldo torrido indossando maglie di lana e
col freddo gelido, facendo a piedi i tre chilometri di distanza in mezzo alla
neve.
Bussi non era un paese. Era un dormitorio. Perché la vita si svolgeva in
fabbrica. Tutto era scandito secondo i turni e il suono della sirena. In
fabbrica gli operai lavoravano, mangiavano, si lavavano, trascorrevano anche il
tempo libero. C’erano le ferie, le colonie per bambini, i cappellani, le
assistenti sociali. Tutto sotto il manto protettivo della Montecatini. La
fabbrica come nuova comunità.
Ma a Bussi, il 18 aprile 1948, alle prime elezioni politiche il partito
comunista ebbe percentuali da Emilia-Romagna. Era la dimostrazione della teoria
marxiana: solo nella fabbrica, attraverso la dialettica padrone/servo, si poteva
conseguire la coscienza di classe. E così, gli operai, pur in condizioni
economiche migliori di quelle dei contadini, si schieravano contro i padroni. Ma
il problema della qualità della vita, della difesa dell’ambiente è arrivato
troppo tardi. Abituati a vivere con i veleni, senza neanche sapere che fossero
tali, s’era stabilito un tacito accordo: meglio lo stipendio oggi e il cancro
domani, piuttosto che il licenziamento o la disoccupazione.
Con la potenza esiziale della chimica i bussesi hanno stipulato un patto di
simbiosi. Una sorta di terapia preventiva, con cui si cerca di assaporare
lentamente piccole porzioni di veleno per abituarsi a dosi più forti. Per
questo, a Bussi, la parola “puzza”, che anche le mogli pronunciavano talvolta
con orgoglio (“mio marito non sta alla puzza”), non aveva gli stessi effetti per
tutti. Fino a quando non arrivava la sentenza di condanna e il lugubre suono
della campana.
Ecco perché, di fronte allo scandalo della “discarica”, a Bussi non c’è stata
reazione emotiva. E nemmeno politica. Solo una reazione formale, istituzionale.
La gente non s’è meravigliata più di tanto. Ma non si tratta di omertà o di
connivenza con i responsabili. Nemmeno di fatalismo. E’ solo realismo. Se ci
sono responsabilità penali, si trovino i colpevoli. E chi ha sbagliato, paghi.
Ma chi condannerà quel “capitalismo italiano” che in cento anni ha fatto del
territorio bussese una tomba di rifiuti tossici? Negli anni ’50 esplose un
gazometro e morì una maestra, Lola Di Stefano, che si era sacrificata per
salvare i bambini. Il suo nome resta nella intitolazione di qualche scuola. Ma
chi ricorderà quei lavoratori, sacrificati dalla chimica, che a Bussi e in
Abruzzo hanno aperto la strada al mito dell’industrializzazione? Ora l’industria
chimica è in profonda crisi. Delle migliaia di dipendenti sono rimaste solo
alcune decine. Sono diminuite le esalazioni di gas. Si comincia a respirare. Ma
resta un interrogativo, più impellente che mai: si può vivere di sola aria?
M A R I O S E T T A
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