Lettera aperta su:

Crisi finanziaria e bizzarre teorie di un comunista d’altri tempi.        

                                                                  
Caro Carmine,

non è stato facile. Come sempre , in questi casi, la memoria ti illude e ti spiazza. Ho rovistato fra cartelle, vecchie buste, faldoni rigonfi e
block notes scompaginati. Ogni volta balenava una traccia, un indizio interessante, ma le scartoffie continuavano a fregarmi beffarde. Col
tavolo ormai ingombro di reperti polverosi  stavo per mollare avvilito.  E invece quello che cercavo era lì, proprio sotto i miei occhi, sul retro
piegato di un ciclostilato d’antan.
Una brutta copia. Cancellature e modifiche. Il segno della biro sbavato sulla carta pastosa e ingiallita. Ma era proprio quello che cercavo. Il
testo dell’ epitaffio in morte   di Antonio Salvatore, datato 28 dicembre 1984.
Ricordo che i manifesti, formato locandina,  avevano affiancato  gli annunci funebri della famiglia, ma la pioggia incessante di quelle
giornate rese illeggibili i pochi esemplari  sopravvissuti al vento e agli strappi di qualche anonimo giustiziere di una ferita ancora
sanguinante.  Non ebbero un’eco significativa nel dibattito occasionale e non lasciarono tracce nella memoria collettiva.
Peccato, perché le parole , ancora oggi, suscitano emozioni e aprono uno squarcio significativo  sui contorni di una vicenda che aveva al
centro  un protagonista discusso, ma che si intersecava  con la trama autentica dei fermenti politici bussesi.
Il testo, virgola più, virgola meno, diceva così:
___________        

Caro compagno Antonio Salvatore,
operaio e invalido come tanti di noi.
Militante comunista in tempi difficili.
Hai guidato per venti anni, con dignità e decoro,
questo paese esigente, polemico e perennemente
percorso da smanie di cambiamenti.
Hai sempre difeso con ostinata fermezza
le tue idee, i tuoi principi.
Anche quando nuovi tempi impietosamente incalzavano.
Incomprensioni e contrasti ci hanno impedito di condividere,
da compagni, la soddisfazione di tempi migliori.
I tempi dei successi elettorali , della legittimazione,
della realizzazione di progetti che per la tua generazione
erano stati semplici utopie.
Ti ricorderemo con riconoscenza
come chi ha incarnato, senza cedimenti, i caratteri
essenziali  di  un amministratore comunista:
il rigore e l’onestà.

                                                     La Sezione “ A.Gramsci “  
_____________

L’avevo sempre custodito con cura quel testo, redatto in fretta e furia una rigida mattina di dicembre, e di cui erano a conoscenza solo
Scipione e pochi altri.          Non c’era stato  il tempo, ma ritengo che se fosse stata coinvolta la Sezione, come allora si usava,  sarebbero
fatalmente emersi malumori e contrarietà.
Il fatto era che da una quindicina d’anni, e cioè dal disastro della Lista Cittadina, Antonio Salvatore subiva una sorta di astioso
ostracismo.  La rabbia e la delusione per una sconfitta traumatica avevano come  bersaglio proprio lui, il vecchio sindaco che non aveva
voluto farsi da parte e, com’era convinzione dei più, si era vendicato facendo vincere gli altri.
Ma erano passati tanti anni. Strategia della tensione, compromesso storico, brigate rosse e austerità  erano già materia  di studi e
dibattiti.  La sinistra aveva subito la sconfitta alla Fiat e la batosta della scala mobile. Scomparsi  Moro e Berlinguer, in Italia si imponeva il
CAF e l’edonismo reganiano.
Sembrava ingiusto che un vecchio comunista restasse inchiodato  all’onta di un’espulsione che, per chi ricorda la rigidità di certe liturgie
di partito, equivaleva a una dannazione eterna.
Un compagno che, certo, aveva sbagliato, ma che per tanti anni precedenti  aveva comunque impersonato l’impegno generoso,  oculato e
intransigente di un amministratore comunista.
Insomma, quella mattina di dicembre il turbamento per l’annuncio improvviso  annullò ogni residua titubanza e, incurante di eventuali
dissensi, diedi  forma  a quell’epitaffio riparatore.
Non me ne sono mai pentito.
Anzi, oggi , dopo quasi 25 anni,  un agguato della memoria mi riporta sulle sue tracce per farne non solo una benevola  rilettura postuma,
ma una vera e propria rivalutazione critica.
E’ accaduto qualche tempo fa ( domenica 2 novembre) quando in un editoriale di Giuseppe Turani su La Repubblica, nel contesto di un’
analisi sul cataclisma finanziario che ha sconvolto l’economia mondiale, a un certo punto si afferma:

“  In questi mesi si è rotto uno schema che ha garantito al mondo crescita e benessere dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi.
Lo schema sarebbe questo: nel dopoguerra il mondo ha accettato il dollaro come valuta per i pagamenti internazionali, lasciando all’
America la possibilità di stampare dollari a volontà.
In questo modo gli Stati Uniti hanno finanziato le loro spese  scaricando i debiti sull’estero e consentendo ai consumatori americani una
vita al di sopra del giusto.”

I concetti espressi, al netto della scorrevolezza e della sintesi che fanno di Turani uno dei più brillanti giornalisti economici, replicavano la
sostanza di analoghi ragionamenti sepolti nella memoria. Ho fatto una capriola di più di quarant’anni per recuperare il tempo e le
circostanze in cui mi era capitato di ascoltarli.
In un pomeriggio dell’autunno 1965 la casualità aveva messo  uno di fronte all’altro  Antonio Salvatore, mitico Sindaco  del comune più
rosso d’Abruzzo, e un giovane e brillante studente universitario, con qualche infarinatura  di marxismo percepito vagamente come riscatto
dalle umiliazioni  della condizione operaia, ma assolutamente digiuno dei  fondamentali della politica.
Lo avevo trovato  al bar di
Giniuccio . Avevo bisogno di una firma su uno stato di famiglia e allora si usava così: se avevi urgenza Eva, l’
impiegata all’anagrafe,  ti consegnava il certificato e ti forniva la dritta per arrangiarti a rintracciare il Sindaco.     A tutte le ore del giorno.
Nello scorgermi sollevò lo sguardo sopra gli occhiali, mentre  con la mano spazzolava la cenere delle Alfa ammonticchiata sulle pagine
sprimacciate de L’Unità.
-        Assèttati  – mi disse – tanto per la corriera c’è tempo.
Per la verità ero salito in bicicletta, ma accettai ugualmente l’invito e  l’offerta di una sigaretta che lui, automaticamente, mi aveva allungato.
Dava l’impressione di conoscermi bene. Questo mi fece sentire a mio agio.
Antonio Salvatore fumava alla grande e, come tutti quelli che avevano avuto a che fare con il cloro, scaracchiava spesso.   Ogni tre o
quattro scaracchiate perciò era costretto ad alzarsi e, con la flemma tipica dei Salvatore, andava a sputare in strada. Tra il bordo del
marciapiede e l’asfalto.  Anche per questo la conversazione, inframezzata da un caffé e da una spuma, si dilatò per una buona mezzora.
Lui obbediva al riflesso condizionato del vecchio militante comunista: ogni occasione era buona per cercare di  reclutare   forze nuove,
soprattutto giovani e istruite. Io ero incuriosito dalla caratura di un personaggio di cui in giro spesso e volentieri si sparlava. Grossolano,
ostinato, permaloso, settario e, soprattutto, ignorante.
I democristiani sostenevano che fosse addirittura analfabeta.
E invece mi parve subito che il suo argomentare avesse una sua decorosa linearità e, perfino il lessico, pur infarcito di stereotipi
veteromarxisti, stupiva per gli insospettabili lampi di proprietà e di acutezza.
L’aggancio era stato la salute di mio padre. Pure lui intossicato dal cloro. Anzi, come si diceva allora, minorato. Ne venne fuori tutto l’
armamentario del livore operaio verso il nemico di sempre: la fabbrica. La fabbrica e i suoi scagnozzi. E il governo democristiano che li
proteggeva.
Non facevo fatica ad assecondarlo. Mio padre stava già con un piede fuori e,a seguire, ci sarebbe stata  l’intimazione a sgomberare la
casa di proprietà della Montedison.
Un miscuglio frustrante di preoccupazioni economiche e di lacerazioni esistenziali.
Perciò tra noi la sintonia su certi temi era scontata. Ma poi si scivolò anche su altro.
L’estate precedente, per esempio, era tornato dall’America mio zio Tonino.
Con tanto di mastodontica  “Buick-Oldsmobile”  a certificare una prosperità  agguantata oltreoceano con il sudore e la fortuna.
A quei tempi si usava. Si sperperava un patrimonio per trasportarle, via mare, quelle portaerei, ma vuoi mettere una passata al Ponte a
distribuire chewing gum  e pacchetti di Luky Strike tra vecchi compagni di
zichinetta ?
Mio zio e la sua automobile furono il pretesto per una veemente tirata  su imperialismo, patto atlantico, piano Marshall, sette sorelle e via
enumerando tutti le magagne dello strapotere americano, fino all’interrogativo che, nelle sue intenzioni, doveva demolire ogni mio residuo
convincimento:
“ ma tu  che pensi… se non  sfruttassero a noi come farebbero gli americani ad andare in giro con certi macchinoni ? “
No! Questa era proprio grossa. Ecco qui, pensai, che salta fuori l’indottrinamento  stalinista sui misfatti del capitalismo, sentina di tutti i
mali. A prescindere.
Annuii senza ribattere. Mi sembrava inutile. Ma con un misto di incredulità e di  sufficienza archiviai quell’evidente paradosso con la
convinzione intima  che, ebbene sì, brave persone, ma a volte i comunisti  sparavano autentiche cazzate.

Sono passati più di quarant’anni. Sono caduti muri e ideologie.
Ogni sera i telegiornali ci snocciolano le cifre di un disastro planetario. Fioccano le diagnosi e le terapie. Un dato è fuori discussione. Tutto
ha avuto origine negli Stati Uniti, all’interno del suo mastodontico e incontrollabile sistema finanziario.
E ora tutto il mondo, perfino la Cina pervicacemente comunista, dovrà pagare il prezzo di una teoria iperliberista che, in nome di un
arricchimento sfrenato di pochi, condanna i più a tirare la cinghia per anni.
Ebbene tutto questo  qualcuno lo aveva denunciato. In tempi non sospetti.  E lo andava sostenendo con un fervore pari  al sarcasmo
derisorio dei suoi interlocutori.  
Non avevano frequentato  i
masters alla Bocconi o in qualche business school of economy, ma c’avevano azzeccato i nostri vecchi
comunisti. Alla grande!
La nostra generazione è stata l’ultima ad avere  il privilegio di ascoltarle dal vivo certe testimonianze. Magari con un misto di circospezione
e di indulgente incredulità.
Caro Carmine,sarebbe bello, prima o poi, richiamare alla memoria  qualcuna di queste biografie bistrattate per restituirle l’onore di una
verità  allora sdegnosamente schernita.
Un abbraccio,



P i n o