Il  terremoto visto ( e sofferto ) da lontano


Caro Carmine,

ci pensavo giusto domenica sera.
Mi pareva che le feste di Pasqua fossero l’occasione giusta per rompere un lungo silenzio e inviarti qualcosa degna di pubblicazione sul tuo
sito.   E non per  la carica emozionale e le suggestioni della scrittura, ma semplicemente perché frutto di una riflessione stimolante sul nostro
inalienabile retaggio identitario.
Avevo appena saputo di una processione inconsueta che aveva visto sfilare centinaia di bussesi giù per  da’ Colle.  Dal paese alla fabbrica. Con
tanto di prete, preghiere e canti a mo’ di Via Crucis. Un riedizione di altri cortei, di altri tempi. Cortei imbandierati, tumultuosi, incazzati. Cortei
comunisti.
Volevo esercitarmi a indagare  situazioni e stati d’animo di diversa matrice , confluiti in manifestazioni comparabili  per motivazioni e obiettivi.
Avevo già sviluppato qualche idea e preso qualche appunto.
Ieri mattina è cambiato tutto con l’irrompere devastante del terremoto.

Io il dramma l’ho vissuto da lontano. Senza soprassalti al boato terrificante del sisma. Senza l’angoscia di una fuga nella notte. Senza l’affanno di
persone care da portare in salvo. Da rassicurare.  Senza l’urgenza di trovare un luogo sicuro in mezzo alla deriva frastornata di un intero paese.
Il terremoto è entrato nella  mia giornata al risveglio, quando, con il sole ancora pallido dietro le colline del Garda, ho schiacciato il telecomando a
caso per accendere il piccolo televisore da camera e riprendere, intorpidito e sbadigliante, contatto con il  mondo. Come faccio da qualche mese.
Come fanno i pensionati. Appunto.
Forte scossa di terremoto in Abruzzo. Epicentro L’Aquila. Danni ingenti. Dieci morti accertati.
Sbigottimento e trepidazione. Non ci vuole molto. Quando ci sono in ballo i morti fin da subito, non può trattarsi solo di spavento, di cornicioni e di
disagi vari. E’ in vista una tragedia. E così è stato.
Via alle prime telefonate. Con qualche difficoltà per via dell’ingolfarsi delle linee. Non servono le parole  per capire. Bastano i toni. Vibranti, cupi,
affranti.
Per nulla preoccupati di simulare improbabili tranquillità. Sconsolatamente veri.
Il paese è salvo, ma ferito. Questo il messaggio che arriva.
Qualche crollo, lesioni di muri e di soffitti, tante devastazioni di suppellettili e arredi all’interno delle case. Centro storico inagibile. Panico e
smarrimento per le strade.
Il pensiero corre alle vecchie mamme, segregate dalle infermità e dipendenti dal soccorso degli altri. Per loro si attivano le premure di vicini e
parenti, ma non è difficile immaginarne l’inquietudine inespressa. La loro e la nostra, sconsolatamente lontani.
Così, mentre le voci al telefono raccontano il paese con l’intersecarsi  di amici e conoscenti, sullo schermo passano le immagini della città e dei
piccoli centri che le fanno corona.
Inutile dire che sono rimasto inchiodato tutta la mattina e poi il pomeriggio, fino ai talk show della sera. Immagino che anche tu e migliaia di
abruzzesi sparsi per il mondo abbiate fatto la stessa cosa. Attanagliati dalla contabilità dei lutti e dalla esile aspettativa di  salvataggi insperati.
Conforta la celerità con cui si è mossa la macchina della protezione civile. Ma il peggio deve venire.  Seppelliti i morti, curati i feriti e alloggiati in
qualche modo i tanti, tantissimi superstiti, ci si affaccerà sull’abisso della estenuante attesa del ritorno.
Del ritorno alla normalità di una convivenza che, certo, traeva alimento dalla socialità istintiva nelle nostre parti, ma anche dalle suggestioni di
quel particolare contesto paesistico che fa  da ispiratore a comportamenti e a stati d’animo.
Mi chiedo se mai si potranno rianimare certi angoli di paese, certi slarghi esigui, incastonati fra scale e gallerie fuligginose, dove il vicinato
incubava storie, dicerie e curiose apoteosi della minuta quotidianità, affidandole poi all’amplificazione dell’intera comunità.
Ho un fastidioso senso di vuoto. Certi scenari spogliati progressivamente dall’emigrazione e dall’anagrafe, restavano almeno come muti fondali  
per una memoria che, comunque, poteva tentare di ricostruire vicende e personaggi.
Il loro azzeramento o, peggio, la sostituzione con  strutture moderne vanificherà ogni sforzo di rianimare l’autenticità  di un passato radicato nel  
nostro humus spirituale.
E il nostro animo, inutile nasconderlo, ci lega proprio ai territori dell’aquilano.

Ho letto da qualche parte che in Abruzzo si coglie uno spirito cantonale.
Condivido. Le dorsali appenniniche hanno circoscritto storie e culture diverse.
Noi bussesi  apparteniamo a L’Aquila.
Certo, il fascismo nel ‘26 ci ha appiccicati a Pescara. A Pescara ci calamitano gli affari, le pratiche amministrative, lo shopping, gli svaghi. A
Pescara qualcuno si costruisce la seconda casa. Ma le nostre radici autentiche risalgono la valle e le montagne alle nostre spalle. Nell’
immaginario bussese sopravvivono vicende e aneddoti  che, inerpicandosi fra vigne, ulivi contorti e pascoli magri,  rimandano a Ofena, a le Ville,
al Castello, a Navelli, a la Civita, fino a Bominaco e oltre. La cultura gastronomica promana dalla pastorizia e dalla scabra essenzialità montanara
di ceci, lenticchie e cicerchie. Fa eccezione il gambero. Ma, del resto, lo stesso fiume, che è la linfa vitale della nostra economia e della nostra
storia, è un dono generoso delle montagne aquilane. A ben guardare, perfino la dislocazione dell’architettura dei nostri paesi (vedi gli affacci
nobili di Bussi e di Capestrano) rivela una sorta di deferenza verso la capitale lontana.
La capitale antica e fiera, colta e aristocratica. La capitale che, fra chiese, palazzi e fontane, mette mirabilmente in mostra il medioevo, il
rinascimento e il barocco.
La capitale che si nutre di arte ed di cultura con le eccellenze del teatro e del conservatorio.
La città che, nella luminosità  tersa e frizzante della montagna, cattura con il gioco prospettico di facciate, di piazzette, di campanili, di sfondi
innevati.
Ecco, tutto questo ieri era sparito. Scomposto e smozzicato. Squarciato, frammentato e polverizzato.  Con la beffa di imponenti facciate rimaste in
piedi a occultare cataste di travi e calcinacci ammucchiati all’interno.   
E poi,  i piccoli paesi intorno. Senza particolari magnificenze architettoniche. Senza aura di nobiltà culturali. Appena un campanile, una piazza e
una fontana e tanto decoro nella corona delle case di pietra che si raccoglievano a  rappresentare il senso di una comunità antica e solidale.
Mi ha straziato riconoscere Castelnuovo di San Pio. O meglio, quel poco che resta.
Ci passavo almeno una volta l’anno. In agosto. A riempire la borraccia alla fontana.
Qualche minuto per guardarmi attorno prima di riprendere il grande giro che metteva assieme  Castelvecchio, Calascio, Castel del Monte e la
lunga discesa del ritorno.
Restavo seduto sulla bici, ma, girando lo sguardo, mi appagavo della sapiente compostezza di quel borgo, della sua integrazione con le
asprezze del paesaggio, del silenzioso riserbo della poca gente che si vedeva in giro.
Mi ero sempre ripromesso di tornare un giorno con più calma. A calpestare le sue stradine che diventavano  di erba e poi  sparivano nel bosco.   
A guardare in basso gli scorci della piana che congiunge Caporciano a Prata d’Ansidonia,  disseminata di trifoglio e di campi di zafferano. Niente
da fare. Chiusa baracca e burattini.
E chissà quante chiese e chiesette si saranno sbriciolate . Di quelle, essenziali e armoniose, che spuntano qui e là lungo i tracciati delle vie
consolari. Solitarie e indecifrabili nella loro apparente irrilevanza funzionale. Veri soprassalti evocativi di civiltà rimosse  dalla consapevolezza
della memoria.
Mi dicono che è malridotta anche la nostra vecchia parrocchiale. Quella che un recente  restauro aveva liberato da orpelli, finti marmi e
paccottiglia varia, restituendole il fascino della sobrietà originaria. Un altro doloroso graffio nell’anima di quelli che, tra il codacchio e arret’a corte,
hanno immaginato di ancorare, per un tempo più o meno lungo, lo svolgersi della propria vita.
Un disastro.  Un disastro che non ha risparmiato rocche e castelli, deturpando, in pochi attimi, la suggestiva skyline di tanti nostri paesi.
E’ venuta giù anche la torre medicea di Santo Stefano. Un vero e proprio simbolo di quelle bizzarrie della storia che finiscono per conferire un’
aura di nobiltà ad un borgo condannato alla marginalità e all’abbandono, al concludersi di un ciclo di prosperità economica.
Caro Carmine, mi accorgo  di dare l’impressione che, al momento dello strazio e del lutto, io mi lasci emozionare dall’infelice destino dei
monumenti.
E’ un fatto, però, che il dolore per le vittime si amplifica nel vedere, insieme a quello delle case, il crollo delle chiese, dei campanili e delle rocche.
In fondo si tratta dell’impasto del nostro unico e inscindibile paesaggio affettivo.
Un abbraccio e un augurio di Buona Pasqua a te e a tutti i bussesi.

                                                                               P i n o
Brescia,  7 Aprile, 2009